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Verso l’infinito e oltre

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Stiamo tornando sulla Luna! Da quell’anno leggendario che fu il 1969, quando l’Uomo mise piede sul suolo lunare, conquistando per la prima volta un minuscolo frammento di spazio, ci siamo sentiti più vicini all’universo.

Più passano gli anni e più la colonizzazione di esso ci appare imminente e necessaria, soprattutto in seguito alle recenti immagini riportate dal lander Blue Ghost, atterrato con successo sul nostro satellite. Lo stesso non si può dire, sfortunatamente, per il lander Athena, finito per errore all’interno di un freddo cratere del polo sud.

Ma a prescindere dagli esiti di questa missione, di cui rivedremo i dettagli tra poco, la suddetta, mi sono accorta, ha generato un certo dibattito.

Ma perché andiamo nello spazio? Perché sentiamo il bisogno di andare verso le stelle? Non sarebbe meglio spendere le nostre energie e il nostro denaro per preservare e studiare meglio la nostra Terra, anziché lasciarla?

Insomma, le domande che si sono generate tra le persone con cui mi sono confrontata e a cui oggi cercherò di dare una risposta, sono molto simili alla discussione che avviene tra Cooper (Matthew McConaughey) e la professoressa della scuola di sua figlia Murph nel film “Interstellar”, dove lei asserisce: “Dobbiamo insegnare la Terra ai nostri figli, non come abbandonarla.”, mentre lui ribatte con: “È come se ci fossimo dimenticati chi siamo: esploratori, pionieri, non guardiani.”

Ma per poter affrontare questa diatriba, occorre prima percorrere le varie tappe dell’esplorazione spaziale e capire i suoi vantaggi e svantaggi.

Cominciamo con il definire cosa siano i lander lunari Blue Ghost e Athena.

Intanto, con lander si designa una navicella spaziale, nello specifico un veicolo di atterraggio che sosta sulla superficie del corpo celeste. Va da sé che il lander lunare sia un lander che atterra sulla Luna.

Il Blue Ghost e l’Athena sono due dei quattro veicoli facenti parte del programma CLPS (acronimo di Commercial Lunar Payload Services), vale a dire un progetto della NASA che punta al trasporto di piccoli robot, lander, per l’appunto, e rover sul nostro satellite. Dunque, a sua volta, il programma CLPS è una parte fondamentale del programma Artemis, che coinvolge la NASA, l’ESA, la JAXA e la Canadian Space Agency, con l’obiettivo di riportare l’uomo sulla Luna e, sottolineano, di spedirci anche la prima donna (Vi ho parlato di questo piano d’azione in un altro mio articolo, che potete leggere cliccando qui).

Prima donna sulla Luna, ma non di certo la prima donna nello spazio! La prima ad avere questo onore, fu la cittadina sovietica Valentina Tereskova nel 1963, a bordo della navicella Vostok 6. Un volo in orbita solitario e spettacolare che durò tre giorni e che la rese anche la donna più giovane ad aver compiuto questa impresa: aveva infatti 26 anni! Per la prima donna statunitense, Sally Ride, bisognerà aspettare il 1983, quando partì a bordo del Challenger per accompagnare in orbita due satelliti per le telecomunicazioni.

E prossimamente saremo anche testimoni del primo volo spaziale con un equipaggio esclusivamente femminile, a bordo del razzo New Shepard Blue Origin di Jeff Bezos. Nella crew, composta da sei donne tra scienziate e giornaliste, figurano anche alcune celebrità, tra cui Katy Perry, entusiasta di essere stata selezionata per questo ambizioso progetto.

Naturalmente non si può scagliare l’uomo sulla Luna come fece Ludovico Ariosto nel suo “Orlando Furioso”, ragion per cui servono dei lander che siano in grado di trasportare carichi utili a questa missione e che, al contempo, possano darci un’idea più chiara di come sia l’ambiente circostante.

Come accennavo poc’anzi, il programma CLPS avrebbe dovuto avere quattro di queste navicelle a disposizione, rispettivamente: Peregrine, Odyssey, Blue Ghost e Athena. Di questi, solo il Blue Ghost, progettato dall’azienda statunitense Firefly Aerospace, sta portando avanti la missione (è stata scattata da “lui” la spettacolare immagine dell’alba lunare). Peregrine è andato distrutto dopo il malfunzionamento del secondo stadio, Odyssey è allunato in maniera piuttosto disastrosa e Athena, come già detto, è atterrato, ma è scivolato su un fianco all’interno di un cratere.

Questo è ciò che sta accadendo al momento… e non fatemi elencare la marea di assurdità che ho sentito dai negazionisti: se abbiamo così tante difficoltà adesso, come siamo riusciti nel ’69 ad arrivare sulla Luna? Armstrong e gli altri non hanno mai giurato sulla Bibbia di esservi giunti per davvero e via dicendo.

Mettendo da parte lo scetticismo, rispettabile, ma da cui prendo le dovute distanze, l’Uomo si è interessato allo spazio sin dall’antichità. Tutti noi abbiamo studiato già alle elementari che i nostri antenati, a partire dai popoli che abitavano la mezzaluna fertile, la Mesopotamia, la terra tra il Tigri e l’Eufrate, fino agli Antichi Egizi, erano appassionati in maniera quasi morbosa all’astronomia. Tant’è vero che, per quanto riguarda le Piramidi di Giza, nel 1989, all’interno del tredicesimo volume dell’opera “Discussions in Egyptology”, fu elaborata la cosiddetta teoria della correlazione di Orione, secondo la quale la posizione delle tre piramidi sia stata studiata apposta per combaciare con la posizione delle tre stelle che costituiscono la striscia di Orione (e qui, mi vengono in mente i Men in Black con “la galassia è sulla cintura di Orione”).

A quei tempi, le nostre intenzioni nei confronti dello studio degli astri, potevano essere considerate più “pure”, basando le proprie ragioni nella spiritualità, nel misticismo, nell’esistenzialismo e nella religione.

Con l’avvento della Guerra Fredda e del boom di innovazioni tecnico-scientifiche, questi propositi hanno ceduto il posto alla mai menzionata abbastanza sete di potere. Gli USA e la Russia si sfidavano, detta in maniera aulica, a chi lanciava il sasso più lontano.

Però, da quelle missioni, al contrario di quanto si possa pensare (ovvero che dall’allunaggio, l’esplorazione spaziale fosse stata messa semplicemente da parte), gli enti spaziali dell’intero globo si sono impegnati nella costante e perpetua ricerca delle scoperte che derivano da questo ambiente a noi così ignoto, sconosciuto, pieno di misteri e incognite.

Ma per poter effettivamente rispondere al quesito “Ci serve davvero andare verso le stelle?”, dobbiamo tirare le somme dei risultati utili ottenuti da tutte le missioni avviate.

Per qualcuno sembrerà forse superflua una passeggiata nel cosmo, ma gli astronauti ci stanno fornendo dati estremamente interessanti dal punto di vista medico e fisiologico.

Diciamolo chiaramente: andare nello spazio non è semplice. I rischi in cui possono incorrere gli intrepidi uomini e donne che partono verso il cielo, sono molteplici, già escludendo tutti i possibili imprevisti e malfunzionamenti degli strumenti a loro disposizione.

Concentriamoci sullo stress, per esempio, a cui viene sottoposto il corpo umano.

Michael A. Schmidt, amministratore delegato e direttore scientifico di Sovaris Aerospace (compagnia specializzata nella medicina di precisione per i voli spaziali che collabora con la NASA), afferma che gli astronauti vanno incontro a una sorta di invecchiamento precoce.

No, non è uno scenario alla “Interstellar” intorno a Gargantua, dove: “Questa piccola manovra ci costerà 51 anni”. Si tratta di un discorso puramente fisico, dove il problema risiede nella sottoposizione alla microgravità o gravità zero.

Il nostro corpo, per sua natura, non è abituato all’assenza di gravità. Ragion per cui, nello spazio, si è soggetti a un invecchiamento osseo: il calcio che noi assumiamo durante l’alimentazione, in condizioni di microgravità, ci risulta praticamente scartabile, proprio perché non dobbiamo reggerci in piedi e sopportare il peso del nostro corpo come sulla Terra; il calcio non raggiunge e non si accumula nelle ossa, quindi queste perdono massa. Stesso discorso vale per i muscoli. Per farvi capire, pensate alle gambe di un uomo costretto in sedia a rotelle: difficilmente avrà gambe toniche e muscolose, tutto il contrario, proprio perché non è abituato a usarle.

Ecco perché, nei film sci-fi, praticamente tutti gli astronauti si allenano sui tapis-roulant!

Inoltre, questa mancanza di attività fisica ha ripercussioni anche sulla parte superiore del corpo: considerato che le gambe servono a poco e niente nello spazio, il flusso sanguigno si concentra sopra la cinta, aumentando così il rischio di trombosi, di problemi alla vista, nonché cardiaci. Il cuore, infatti, pompa in maniera diversa, le pareti arteriose si irrigidiscono, il ventricolo sinistro si rimpicciolisce e perde di contrattilità.

Gli scienziati hanno inoltre scoperto che sono i mitocondri ad avere un ruolo chiave nell’”invecchiamento precoce” degli astronauti. I mitocondri, dotati di un DNA proprio, sono i responsabili della respirazione cellulare, la “centrale elettrica” della cellula, per dirla metaforicamente. Loro hanno quindi il compito di metabolizzare i carboidrati e i lipidi e tale compito viene compromesso, il DNA subisce mutazioni e danneggiamenti, alterando la funzione dei telomeri, vale a dire quei “protettori” dei cromosomi che influiscono sulla longevità corporea.

Ma perché i mitocondri impazziscono nello spazio? A causa delle radiazioni ionizzanti, a cui noi terrestri non siamo soggetti grazie all’atmosfera che ci protegge e che nello spazio è completamente assente. Le radiazioni penetrano le nostre cellule ed ecco che queste vanno fuori di testa, fanno confusione e casino!

È altresì stato scoperto che i cambiamenti biologici differiscono tra i sessi, durante gli studi effettuati sugli occupanti della Stazione Spaziale Internazionale: le donne corrono più rischi rispetto agli uomini in fatto di pressione arteriosa, ipotensione e volume plasmatico. Gli uomini, invece, tendono ad avere più problemi agli occhi.

Ma se andare nello spazio ci sottopone a una fonte di stress così drastica, perché ci andiamo? Beh, innanzitutto, questa serie di ricerche, sperimentazioni e studi sta portando la medicina di precisione e compiere passi da gigante anche qui sulla Terra: macchinari che forniscono risultati e diagnosi più dettagliati che mai, come per esempio l’imaging del cancro al seno.

Inoltre, comprendere i vari motivi per cui il corpo invecchi, ci può aiutare nel miglioramento della qualità della vita e, perché no, aumentare la nostra longevità.

In aiuto a tali osservazioni, vi è l’innovativa tecnologia del cosiddetto gemello digitale, vale a dire una copia virtuale che simula la fisiologia di un individuo anche in tempo reale.

Sempre parlando di salute, è essenziale per gli astronauti essere in forze e con una dieta ben equilibrata. Ecco perché si è sviluppato il ramo di ricerca dell’astrobotanica, volto alla coltivazione di piante nello spazio.

Questa branca di studio venne ipotizzata per la prima volta dallo scienziato russo Konstantin Tsilkovsky, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma il termine in sé, invece, venne coniato nel 1945 dall’astronomo e pioniere dell’astrobiologia russo Gavriil Adrianovich Tikhov.

L’anno successivo vennero lanciati i primi semi nello spazio. Il primo tentativo non riuscì, ma il secondo fu un successo, dimostrando che il mais poteva essere sparato nello spazio e recuperato senza danni.

E fu nel 1982 che l’equipaggio della stazione spaziale sovietica Salyut 7 riuscì per la prima volta a coltivare alcune piante di Arabidopsis!

Ma come fa un vegetale a crescere in condizioni simili? Senza ossigeno, senza precipitazioni e soprattutto con le radiazioni ionizzanti e la microgravità?

Gli scienziati e botanici spaziali hanno appurato che questi fattori, effettivamente, alterano geneticamente la pianta, ma che le citate alterazioni la portano anche ad adattarsi all’ambiente cosmico.

Ora non abbiamo più scuse: se la pianta che abbiamo in salotto appassisce, è solo colpa nostra e del nostro mancato pollice verde!

Al momento, è in corso il programma di sperimentazione Veggie, che intende realizzare un orto botanico a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per gli astronauti. In questo modo, si compie un passo più che rilevante per quanto riguarda la colonizzazione spaziale, con la produzione di cibo sano e di verdure a chilometro zero.

E ovviamente, i risultati di questo esperimento ci permetteranno di comprendere meglio come approcciarci alla coltivazione e all’agricoltura su altri corpi celesti.

Io guarderei il film “The Martian”, dove Matt Damon ci insegna a coltivare le patate marziane!

Ulteriore ragione per cui i viaggi spaziali e la sua colonizzazione risultano più che utili, è la scoperta di minerali e terre rare a noi essenziali per la transizione alle energie green e a uno step successivo nel settore tecnologico. Ed è subito “Space Colony”, un meraviglioso videogioco gestionale del 2003, in cui si crea e si mantiene una colonia spaziale, i suoi coloni, l’estrazione mineraria, il commercio di questi materiali e il turismo spaziale. Erano già avanti con il pensiero all’epoca, e io ancora oggi mi faccio grandi maratone al computer: ho allevamenti di polli spaziali, estrattori di silicio e impianti di gas argon sparsi ovunque nella galassia! Ma di questo vi parlo più nel dettaglio in un altro mio articolo che vi narra lo space mining, potete leggerlo cliccando qui.

Peregrinare tra le stelle ha portato anche allo sviluppo di certi vantaggi e comfort sulla Terra.

Pensate solo ai GPS, i visori termografici a infrarossi usati dai pompieri per localizzare i focolai, la tecnologia wireless, le fotocamere per gli smartphone, i fotoritocchi e persino i nostri materassi fatti in Memory Foam (questo materiale era stato concepito per aiutare gli astronauti a non spaccarsi una spalla urtando per sbaglio contro la parete della navicella, data la gravità zero… e adesso abbiamo realizzato l’amato topper di Bruno Barbieri): tutte invenzioni nate dalle progettazioni spaziali!

E la Luna, è innegabile, ha sempre generato fascino. Il desiderio di andare nello spazio lo si deve a lei. La guardiamo, lei ci guarda, le maree sono condizionate dalla sua orbita, ci appare così vicina che potremmo pensare di fare un salto e cascarci sopra come fanno i gatti di Ulthar, un meraviglioso racconto lovecraftiano.

E questo sentimento di rapimento, di attrazione, quasi di affetto, ci ha sempre ispirati.

Basti guardare le centinaia di opere in cui la Luna è protagonista indiscussa.

Già Galileo Galilei, nel 1609, ci offrì la prima vera visione realistica della Luna, ovvero un corpo celeste con una superficie tutt’altro che perfetta, grazie a degli acquerelli su carta che vengono oggi ricordati come “Osservazioni delle fasi lunari, novembre-dicembre”.

Un artista che era particolarmente fissato con la nostra amata Luna era il tedesco Caspar David Friedrich, che ci donò una serie di quadri dove lei svetta gloriosa nel cielo. Tra questi, “Un uomo e una donna davanti alla luna”, del 1820: in un bosco che risulta tanto verdeggiante quanto spoglio, queste figure contemplano il corpo celeste donandoci le spalle. In pieno romanticismo, la luna simboleggia una profonda riflessione sulla dicotomia tra la vita e la morte. Altra sua opera, “Sorgere della luna sul mare”, del 1822, dove nuovamente vi è un piccolo gruppo di curiosi che osserva l’ammaliante e magnifico spettacolo, ponendo l’Uomo in una posizione di inferiorità di fronte alla Natura, pur facendone parte.

Anche Magritte provava un forte interesse nei confronti della Luna, tanto da inserirla in diversi suoi dipinti surrealisti, come “La robe de soirée” (“Il vestito da sera”), del 1954, e “Le maitre d’école” (“Il maestro di scuola”), del 1954-56. Soprattutto nel primo, Magritte voleva esprimere la bellezza sublime della nudità femminile, il miglior “abito” indossabile da una donna, con la Luna che si rende vessillo del sogno e della memoria della giovinezza.

E sono maestosi i paesaggi del pittore William Turner, con il suo “Chiaro di Luna” del 1797, con una resa grafica, un gioco di ombre e di chiaroscuro che fanno apparire il quadro come una fotografia.

Per non parlare del celeberrimo “Notte stellata” di Van Gogh del 1889, dove il pittore ha voluto rendere evidente la lotta tra la fragilità dell’io e la potenza vibrante del cosmo.

La Luna è così tanto Musa ispiratrice da essere stata anche la protagonista di uno dei primissimi film della storia: “Viaggio nella Luna”, di Georges Méliès, datato 1902, dove gli effetti speciali… erano davvero speciali! Il regista diede un volto umano al nostro satellite, inquadrando un uomo ricoperto di crema e creando una delle immagini più iconiche della cinematografia, il trionfo dell’inventiva e dell’immaginazione. E in tempi più recenti, tralasciando la miriade di pellicole sci-fi prodotte nelle varie decadi, è stato girato “Moon”, film del 2009 con Sam Rockwell che ho recensito in passato (potete guardare la mia recensione, cliccando qui).

E che dire di tutte le canzoni scritte su di lei: in questo momento, mentre scrivo, sto pensando a “Full Moon” dei The Black Ghost, a “I’ll Be Your Moon” dei The Mountains e “E la luna bussò” di Loredana Berté, per esempio.

Beh, William Shakespeare lo diceva: “È tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti.”

Eppure, il quesito principale di questo articolo continua a ronzare nella testa: perché siamo così tanto interessati allo spazio?

Beh, alla fine, per poter rispondere, dobbiamo necessariamente tenere conto di tutte quelle implicazioni esistenziali e filosofiche degne dei popoli antichi, che sembrano quasi essere passate in secondo piano con i tempi moderni. Non è così.

Qualche giorno fa stavo parlando dell’argomento con un caro amico. Niente di troppo elaborato, una semplice conversazione davanti a un cappuccino al bar. Lui sosteneva che fosse inutile partire alla volta delle stelle, colonizzare la Luna, avviare il turismo spaziale (ho scritto un articolo in merito, ve ne parlo qui). La sua tesi ruotava tutta attorno all’idea che dovremmo investire le nostre risorse e il nostro denaro per lo studio e la preservazione della Terra, di cui conosciamo una minuscola percentuale. Perché andare fuori quando non conosciamo nemmeno casa nostra?

Il mio pensiero? Immaginiamo la Terra come se fosse la nostra psiche, il nostro cervello, il nostro inconscio e subconscio. Conviviamo ogni giorno con noi stessi, dovremmo conoscerci alla perfezione, giusto? E invece no. Come possiamo comprendere ciò che abbiamo dentro, senza uscire mai di casa, senza mai confrontarci con gli altri e con il mondo esterno?

Lo stesso discorso vale per l’esplorazione spaziale. Come possiamo conoscere appieno il nostro pianeta e anche la nostra specie se non andiamo fuori a cercare le risposte?

Non conosciamo neanche le altre possibili forme di vita che abitano il cosmo. Elon Musk, tra l’altro, durante un comizio elettorale nello stato della Pennsylvania, ha esordito con una frase decisamente peculiare sul tema: “Gli alieni forse sono già sulla Terra, solo che sono molto discreti.”

(Indovinate un po’. Ho scritto un paio di articoli anche su questo, potete leggeri qui e qua)

Viaggiare oltre le stelle può portarci alla scoperta di nuove civiltà e comprendere l’origine della vita, della nostra vita, della nostra casa, del nostro pianeta. E queste risposte possono aiutarci a preservarlo, possono aiutarci a far crescere la nostra civiltà. Oppure, quando la Terra o il Sole arriveranno alla fine del loro ciclo, potremmo avere la speranza di continuare a far prosperare la nostra specie altrove, su altri corpi celesti, magari.

Cooper in “Interstellar” ha proprio ragione: siamo pionieri, esploratori, anche colonizzatori. E per quanto la nostra sete di potere e la nostra negligenza nella preservazione di ciò che ci circonda siano difetti degni di nota, sono convinta e fiduciosa che viaggiare nel cosmo faccia parte della nostra storia e della nostra evoluzione.

Non a caso, nel 1987 l’autore e filosofo Frank White rese noto un effetto psicologico singolare che colpisce tutti gli astronauti: l’Overview Effect, traducibile letteralmente come “effetto della veduta d’insieme”. Chi va nello spazio e osserva la Terra, le stelle, la galassia e l’universo, viene colto da un’improvvisa e grandiosa sensazione di pace interiore. Vede la Terra come qualcosa di piccolissimo eppure magnifico. Tutto ciò che conosciamo, tutte le civiltà, la storia, l’arte… Tutto si è formato in quel minuscolo punto blu che fluttua nel cosmo.

La bellezza e la fragilità della Terra producono una fortissima commozione, che porta a guardarla con occhi diversi, rispettandola e sviluppando un profondo senso di empatia nei confronti della razza umana e del nostro pianeta.

Viaggiare nello spazio è un modo per capire quanto siamo piccoli eppure quanto siamo grandi.

Giovanni Pascoli scriveva: “E la Terra sentii nell’Universo/Sentii fremendo ch’è del cielo anch’ella,/e mi vidi quaggiù piccolo e sperso/errare tra le stelle, in una stella.”

Scritto da Camilla Marino